Staccate i tubi

0

Ci risiamo, periodicamente si ripropone l’eutanasia come percorso terminale di una vita “non più dignitosa” (!?)

di Grazia Maria Pellecchia

Il protagonista sta veramente male, e non ha più motivazioni per vivere. Chiede di morire “dignitosamente” e glielo negano. Così va all’estero. Vivere è, nel sentire corrente, essere autosufficienti. Lui dipende da altro e altri, quindi non vive. A questo punto andarsene altrove, è un “atto eroico”. Lui ci pensa e si autoconvince che è questa l’unica strada che gli resta, e che oltre che per sè, deve combattere contro i “pregiudizi”, lottare pubblicamente anche per gli altri. Una sorta di beffa per la vita che gli ha fatto questo dispetto. Così il suo “sacrificio” avrà un alto valore, la sua morte non sarà una morte “inutile”.

E così, per un attimo, accade che anche quelle come me, che se pensano alla vita, la vedono come un “fatto”, un sodalizio tra gli esseri viventi e l’infinito, cercano di convincersi che è questa la via da seguire. Ma proprio quando penso di essere al sicuro da ogni ripensamento, altre considerazioni mi prendono, come penso accada a tanti altri che non sono favorevoli all’eutanasia, o che altalenano nei dubbi, ma non si esprimono…o si esprimono poco, per non innescare il coro di quelli che cominciano subito a strapparsi i capelli ritenendo i “dissidenti” schiavi della religione, insensibili e retrivi.

Eppure le mie motivazioni, sinceramente non hanno niente a che fare con queste cose. Accade che proprio quando mi dico che decidere da sé quando morire è dopotutto “normale” e doveroso, mi appaiono come in un film gli amici, parenti e conoscenti che ho visto entrare ed uscire dalla scena della vita. Persone “normali”, che all’improvviso si sono trovate nello tsunami di una vita che mai avrebbero immaginato. Hanno dovuto scegliere, a volte da soli, a volte insieme ai propri familiari, cosa fare. Tutti hanno scelto consapevolmente di uscire di scena in sordina, in modo naturale, lasciando fare alla loro natura umana, e dimostrando con questa loro morte di credere ancora nella Vita. Tutti, questi, fanno parte della mia essenza.

naveDue amici con la sla. Un’amica con una malattia rara. Mia madre, tre tumori. Anni di cure coraggiose e poche speranze. Andavamo a trovarli, parlando piano. Un giorno è importante come un anno. Mi disse la mia amica con una voce che ormai non era più la sua: “ogni giorno scendo, o salgo, non so, un gradino verso l’altrove…ma, dai, intanto che sono qui pensiamo a qui…che a pensare al domani ci si rovina l’oggi”. Tutte queste persone curate in casa, con l’aiuto di sanitari, camminando insieme l’ultimo tratto mano nella mano, consapevoli e determinati. Si, perchè le cure ospedaliere si possono rifiutare e anche l’accanimento terapeutico, si può chiedere solo la terapia del dolore. Non ci sarà una legge specifica, ma ai medici di buonsenso e ai pazienti intelligenti è dato ampio spazio di intervento. Ed è questo che pretenderei per me. Morire senza soffrire, che è un mio diritto, ma nel tempo che la natura ha deciso, senza tubi e siringhe, in un posto che mi piaccia, e non a causa di un veleno estraneo alla mia storia. Che anche questo è un mio diritto. Ed è per questo che chiederei una legislazione.

Ma come si può pensare di affidare allo “Stato” impersonale e ad un veleno estraneo, la fine della propria esistenza! E come si può tormentare lo spirito di una persona oppressa dai dolori, prospettandogli la possibilità di fare una fine gloriosa, chiedendo di morire in modo violento, piuttosto che accompagnarla pian piano sulla soglia dell’altrove nei tempi e nei modi che la natura che ci ha voluti al mondo, sceglie per il nostro ultimo passo! Si, perchè anche se materialmente l’eutanasia mi affascina, dentro pian piano mi sono convinta che ogni morte decretata da un vivo, e non dalla vita stessa, è violenza. Dall’aborto alla pena di morte, dall’omicidio all’eutanasia… si può cercare di autoconvincersi che tutte queste tecniche ci sono dovute, e che per vari motivi sono il male minore, ma i fatti sono questi… tecnicamente parlando.

Io ho fatto l’anno scorso il mio testamento biologico. Donerò gli organi, ovviamente. Nessun accanimento terapeutico in caso di malattia irreversibile. Ho approvato il caso di Ingrao. Staccare i tubi…lasciare che il corpo segua la sua strada, è ben diverso da convincersi di essere “inutile”, di essere un peso per il mondo, e decidere di ammazzarsi con una siringa.

Salva

CONDIVIDI

Profilo Autore

Graziamaria Pellecchia

Lascia un commento


sette − = 6