Il fine vita, in attesa di una legge

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I dati dell’Eurispes contenuti nel Rapporto Italia 2016 mostrano come il 60% degli italiani sia favorevole a una legislazione sull’eutanasia.

di Ilaria Livigni

Stamani Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, cieco e tetraplegico a seguito ad un incidente d’auto nel 2014, è morto in una clinica svizzera dopo essersi sottoposto all’eutanasia attiva.

Emblematico il suo testamento, affidato a Twitter: “Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto dello Stato. Volevo ringraziare una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e lo ringrazierò fino alla morte. Grazie Marco. Grazie mille”.

Fabo è stato “aiutato a morire” nella clinica Dignitas di Forck, a una decina di chilometri da Zurigo. Nella Confederazione elvetica organizzazioni quali Exit e Dignitas forniscono un’assistenza all’eutanasia nel quadro previsto da una norma del Codice penale elvetico in virtù del quale l’assistenza al suicidio non è punibile se non vi sono “motivi egoistici”.

Al di là della straziante vicenda umana, anche sulla base delle parole di Fabo, viene da chiedersi se sia legittimo ed accettabile che alcuni nostri connazionali, circa 200 all’anno, in condizioni fisiche terminali, ricorrano all’eutanasia all’estero, non essendoci una previsione normativa in Italia.

E, proprio in questi giorni, si torna a parlare del tema del “fine vita“.

Per la prima volta nella storia italiana, il 4 marzo 2016 il Parlamento aveva iniziato il dibattito nelle commissioni Affari sociali e Giustizia della Camera, discutendo su proposte di legge sull’eutanasia.

Il confronto politico è rimasto però fermo da allora, a oltre 10 anni dal caso Welby.

Dopo una seduta lampo, nelle Commissioni Giustizia ed Affari Sociali della Camera, in cui hanno preso la parola i relatori, la scorsa settimana il dibattito sul fine-vita è rimandato a data ancora da stabilire.

Mentre sta procedendo in modo più spedito l’approvazione del disegno di legge sulle “Disposizioni anticipate di trattamento“, o biotestamento, che ha avuto il primo via libera dalla commissione Affari Sociali della Camera il 17 febbraio, pur con forti polemiche da parte dei fronte trasversale dei deputati che si ispirano alla fede cattolica.

Sono proprio loro ad equiparare alcuni aspetti del biotestamento ad una forma di eutanasia, anche se in realtà la norma si propone di regolare un aspetto del fine vita che riguarda le proprie volontà circa le cure mediche.

Cosa diversa sono, invece, le sei proposte di legge sull’eutanasia che dovrebbero costituire un futuro testo unificato: cinque sono d’iniziativa parlamentare ed una è di iniziativa popolare, depositata il 13 settembre 2013, a seguito della raccolta firme organizzata dall’Associazione Luca Coscioni.

Quest’ultima proposta prevede che, per aver diritto all’eutanasia, la richiesta deve provenire da un paziente maggiorenne, affetto da una malattia che provoca gravi sofferenze e inguaribile e che non si trovi in stato di incapacità di intendere e di volere.

Inoltre, il trattamento che porta all’eutanasia deve comunque rispettarne la dignità e non provocare sofferenze fisiche.

La richiesta deve essere attuale e accertata ed i parenti del paziente devono esserne informati.

L’urgenza di una legge in materia viene testimoniata da più fonti.

I dati dell’Eurispes contenuti nel Rapporto Italia 2016 mostrano come il 60% degli italiani sia favorevole a una legislazione sull’eutanasia.

Vi è, tuttavia, una netta presa di posizione dei parlamentari che si richiamano ai valori cattolici in particolare per quanto riguarda la cosiddetta “eutanasia attiva”, ovvero la volontaria interruzione della vita per volontà del paziente, come accaduto con dj Fabo.

Diversa è la cosiddetta “eutanasia passiva” e tale definizione è erronea semanticamente, interruzione della nutrizione e dell’idratazione artificiali, che, di fatto, avviene anche in molti casi clinici anche in Italia, pur con forme non evidenti e dichiarate.

Insomma, serve e in fretta una legge per evitare casi come quelli di Fabo e di tanti altri connazionali.
Si auspica che il dibattito parlamentare riprenda, scevro da prese di posizione aprioristiche e che arrivi a una meditata mediazione in un settore tanto delicato per etica, medicina e vita di ognuno.

27 febbraio 2017
Ilaria Li Vigni

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