L’allieva, una fiction pop o scoppiata?

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L’allieva, in onda in prime time su Rai 1. Tale prodotto, pubblicizzato ossessivamente anche su Twitter e i vari social, prometteva di essere una boccata d’aria fresca nel panorama delle serie tv italiane.

La spettatrice
Ci ho messo qualche settimana per darmi il tempo di capire la qualità della nuova fiction L’allieva, in onda in prime time su Rai 1. Tale prodotto, pubblicizzato ossessivamente anche su Twitter e i vari social, prometteva di essere una boccata d’aria fresca nel panorama delle serie tv italiane.
Partiamo dal fatto che non ho letto i libri da cui sono tratti gli episodi, ma dai titoli apprendo che l’autrice, Alessia Gazzola, è addirittura sceneggiatrice e collaboratrice alla realizzazione delle puntate e allora il dubbio mi assale: che abbiano sbagliato casting? Mi sono aggirata nei vari forum e molte lettrici si lamentano della non perfetta corrispondenza tra i personaggi cartacei e gli attori scelti per interpretarli. So per esperienza quanto sia difficile sostituire una figura immaginaria che ci si è costruite con passione e tenacia durante la lettura con dei volti reali, in carne ed ossa. Può essere traumatico. Forse è davvero accaduto in questo lavoro di trasposizione. Ma le mie sono supposizioni.
Il pubblico, tuttavia, è oramai fidelizzato: dal boom di ascolti del primo episodio, si è scesi di circa un milione nella seconda puntata, però questo zoccolo duro è rimasto, nonostante i programmi messi in onda dalla concorrenza. Ecco, la mia domanda è semplice: cosa piace di questa fiction?
A me sembra di una banalità assurda, senza un guizzo nemmeno a pagare, tutte e tutti ben fissati nei ruoli prestabiliti. Di un mezzo noir dovrebbe trattarsi, visto che la protagonista è un’aspirante medica legale con il fiuto per la risoluzione dei casi di omicidio che, come una novella “Signora in giallo”, le si parano davanti a ogni piè sospinto. A complicare il tutto, il fascinoso medico di cui è, appunto, allieva e il fidanzato tenebroso che però è sempre in viaggio come reporter di guerra e la lascia sola e facile preda delle avance del sopra citato capo.

Non c’è armonia nello svolgimento delle trame, la recitazione a dir poco pessima dell’attrice che impersona Alice Allevi (Alessandra Mastronardi) mi lascia di stucco. Va bene il fatto che debba essere sbadata, giovane e sopra le righe, tuttavia si lavora sull’inconsistenza dei dialoghi e su questi primi piani di occhioni sgranati che, nemmeno con uno sforzo immane, posso immaginare nascondano elaborati ragionamenti di una quasi scienziata. È imbarazzante pure quel finto sguardo perso col quale lei vede i morti di turno come in una allucinazione pre e post soluzione del caso.

Insomma, assai poco realistico e molto raffazzonato, potrei giurare che sia riuscito ad accaparrarsi il pubblico femminile (anche under trenta) solo per la storia d’amore tormentata che si prevede all’orizzonte. Non per altro.
Poco accurati i luoghi dove si gira, poco credibili i personaggi che ruotano intorno alla protagonista, in special modo quelli femminili: la coinquilina giapponese e tonta che fa i tarocchi, il fratello creduto gay che poi non lo è, la nonna che la sa lunga e che finge di esser giovane, le colleghe amiche e poi la rivale bella, bionda, coi tacchi e preparatissima che amoreggia col capo, la professoressa perfida che sembra nutrire un’antipatia atavica per la povera Alice, un poliziotto mezzo rintronato che si lascia aiutare a risolvere i casi.

Si sarebbe potuto far meglio! Lo dico da cultrice di gialli e thriller fin da piccola. Non che mi aspettassi un capolavoro, ma nemmeno un risultato così amatoriale. Quando i personaggi si arrabbiano sembra stiano per ridere prima loro di quell’improvviso corrucciamento di sopracciglia e alzata di voce. Per ora non mi è venuta nessuna ispirazione che mi spingesse a leggere i libri da cui è tratta e me ne dispiace. So di lavori come Montalbano che hanno fatto da traino e sono riusciti a rendere luoghi di culto quelli in cui è ambientata la fiction, oltre a migliorare le vendite dei romanzi di Camilleri.

Non vorrei mai arrivare a dover dare per scontata l’equazione secondo cui i prodotti per giovani, fatti da giovani, debbano essere scadenti per contratto. Il pacchetto completo conta dodici puntante, ma si sa che se un personaggio non ti cattura subito sarà difficile che si riabiliti poi. Anche tenendo presente che non credo si potrà assistere a un brusco cambio di tono nel corso dei rimanenti episodi. Un’occasione mancata per promuovere una nuova figura di donna giovane a cui ispirarsi: attiva, sicura di sé, con un lavoro non comune e la giusta indipendenza! Peccato.

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Profilo Autore

Daniela Astrea

Daniela Astrea - laureata in Filosofia con un tesi in Studi di genere, si occupa da anni di studi femministi in vari campi: cinema, letteratura, arte. Ha organizzato eventi, fatto parte di collettivi, lavorato in un’agenzia pubblicitaria come copywriter, pubblicato saggi e articoli sulla storia delle donne.

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