Dimissioni in bianco

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L’anno scorso sono state reintrodotte le norme contro le dimissioni in bianco.

Puntuale, arriva anche quest’anno la Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri, relativa al 2015 (ex art. 55 del Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151).

Ricordo che l’anno scorso sono state reintrodotte le norme contro le dimissioni in bianco.

Vediamo la situazione come si è evoluta.

Il numero complessivo di dimissioni e risoluzioni consensuali convalidate dalle Direzioni territoriali del lavoro è stato pari a n. 31.249, segnando un incremento del 19%, rispetto al 2014. Anche nel 2015 le convalide hanno riguardato in misura nettamente prevalente le dimissioni, mentre le risoluzioni consensuali (obbligo ex legge n. 92/2012), sono solo il 3% del totale.

Le lavoratrici madri (25.620) sono quasi l’82% dei casi in questione.

Decisamente più limitato è rimasto invece il numero delle convalide riferite ai lavoratori padri (5.629), sebbene in tal caso si sia registrato un sensibile aumento di casi (pari al +46%) rispetto ai 3.853 nel 2014, dato che viene letto “in linea con la sempre crescente tendenza, già segnalata lo scorso anno, ad una maggiore condivisione dei compiti di cura della prole.”

E’ stato confermato il rapporto inversamente proporzionale tra dimissioni/risoluzioni convalidate e anzianità di servizio delle lavoratrici madri/dei lavoratori padri interessati.

Si rileva altresì che la netta prevalenza delle dimissioni/risoluzioni convalidate nel 2015 ha interessato le fasce d’età comprese tra i 26 e i 35 anni (in crescita rispetto al 2014) e tra i 36 e i 45 anni (in crescita rispetto al 2014); “tali dati, letti congiuntamente a quelli relativi alla ridotta anzianità di servizio, confermano il perdurare dell’ingresso posticipato nel mondo del lavoro in Italia.”

A mio parere questa considerazione sull’anzianità è vera solo in parte. Ricordiamo che prima di avere un contratto “stabile” che preveda dimissioni, si passano anni, decenni tra contratti a termine e precari (se non in nero): per cui l’anzianità di servizio è fortemente condizionata da questo fenomeno.

L’analisi dei dati concernenti il numero dei figli e le motivazioni del recesso attesta inoltre la persistenza di una maggiore difficoltà di conciliazione tra vita familiare e lavorativa nelle citate fasce d’età. Gran parte dei lavoratori/delle lavoratrici interessati/e dalle convalide avevano prevalentemente un solo figlio (in crescita rispetto al 2014), circa il 53,78 % del totale. In crescita anche il dato dei lavoratori padri/delle lavoratrici madri con due figli.

 

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L’ipotesi del “passaggio ad altra azienda” è la motivazione più diffusa delle dimissioni (26%), con numeri simili tra uomini e donne.

Particolarmente rilevanti, le motivazioni riconducibili alla difficoltà di conciliare il lavoro e le esigenze di cura della prole, pari complessivamente a 9.572 (in aumento rispetto al 2014) riferite prevalentemente alle lavoratrici.

 

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Appare evidente il fatto che se non hai un supporto familiare, l’attività lavorativa in presenza di figli diventa un percorso a ostacoli. Emerge con forza la carenza di strutture di accoglienza sul territorio nazionale. I tempi spesso infiniti per raggiungere il luogo di lavoro, uniti a orari di lavoro rigidi, senza alcuna possibilità di flessibilità che sia anche semplicemente un part-time, completano il quadro.

Torno a chiedermi il senso di queste registrazioni annuali di questi dati, se poi di fatto non si interviene sulle cause che sono conosciute da tempo.

Siamo sempre lì. Forse ci piace registrare dati, ma non ci piace fornire rimedi per tutti, non ci piace assegnare nuovamente fondi alle Consigliere di parità (ricordiamo i tagli), non ci piace intervenire rendendo accessibile a tutti la flessibilità lavorativa, che come ho più volte detto non deve declinarsi con sfruttamento e assenza di tutele.

Per questo dico a tutte le donne e uomini che pensano ancora che questi siano problemi di scarso rilievo, di mettersi nei panni di queste persone che ogni anno entrano a far parte di questa statistica, che può arrivare a interessare tutti, anche a chi non ha figli e ha dei genitori o familiari che hanno bisogno di assistenza. Continuate a voltarci le spalle, pensando che prima o poi troveremo da soli la soluzione. Ebbene no. Ci siamo stancati di rinvii e di rassicurazioni. Ora chiediamo servizi adeguati e leggi che ci garantiscano, se lo desideriamo, di accedere a forme di flessibilità sane e utili.

Ascoltate le donne, non incasellateci solo in tabelle o grafici a torta: non vogliamo oboli, ma politiche concrete che sappiano renderci autonome, che ci permettano di emanciparci da bisogni che ci frenano e che non ci permettono di aspirare a eguali opportunità. I servizi non devono essere talmente rari e onerosi da farci preferire le dimissioni. Le tutele non devono essere aleatorie: se ti sto dicendo in un modulo che il mio datore di lavoro mi ha messo di fronte a un muro, a una scelta obbligata, significa che qualcosa non è andata nel verso giusto e secondo legge, probabilmente sono stata anche mobbizzata e costretta a dimettermi. Magari riuscire a intercettare tutte queste casistiche e intervenire per tempo non sarebbe un’idea malvagia. Ah, dimenticavo, ci avete tagliato anche i fondi per i servizi territoriali ad hoc. Ah, dimenticavo, in alcuni settori avete preferito non far avvicinare i sindacati. Ah, dimenticavo, siamo solo numeri, oggetti di una statistica.

Alcuni suggerimenti: servizi più certi, diffusi sul territorio, accessibili, a prezzi calmierati per baby sitting, nidi e aiuti domestici, incluso colf e badanti. Se Stato e Comuni collaborano e danno un segnale e un supporto (economico, anche attraverso una deducibilità più significativa di certe spese) perché questo avvenga, forse riusciremo a fermare l’emorragia annuale di donne dal mondo del lavoro.

Bonus e soluzioni similari non servono a molto se non c’è un lavoro più ampio e coraggioso. Non servono card prepagate per acquistare beni o servizi per l’infanzia, che di fatto non risolvono la carenza di servizi e il loro costo esorbitante. Soprattutto, non sono per tutti, ma solo per fasce di reddito basse: sappiamo quante persone lavorano totalmente in nero o quasi, quindi per far emergere questi casi e la mancanza di tutele collegata a questi fenomeni, tutto dobbiamo fare fuorché assegnare sostegni a pioggia in base a dichiarazioni ISEE. Vogliamo contrastare il lavoro sommerso, lo sfruttamento, oppure vogliamo far finta di niente? Muoviamoci su altri strumenti di sostegno alla conciliazione. Muoviamoci su soluzioni che permettano a tutti di cavarsela, di conciliare, anche in modo attivo e non assistenzialista. Adoperiamo le risorse in modo diverso, non disperdiamole. Ascoltateci prima di avviare politiche in materia. Non replichiamo misure per anni utilizzate dalla Destra, strutturiamo il cambiamento sostanziale, vogliamo che qualcuno capisca finalmente ciò di cui abbiamo bisogno.

E non mi meraviglio nemmeno più di tanto che in questo Paese si faccia ancora così tanta resistenza all’uso della variante femminile per ruoli istituzionali o professionali. Non c’è attenzione e non c’è intenzione seria di cambiare cultura e condizioni di vita. Tanto come al solito dobbiamo arrangiarci da sole. E purtroppo molte donne pensano che sia giusto così. Ci accontentiamo degli oboli e delle briciole, guardiamo solo al nostro orticello e non siamo più capaci di politiche di ampio respiro, con ricadute positive ampie e permanenti.

 

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Profilo Autore

simonasforza

Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Equilibrista della vita. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.

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