Nori de’ Nobili: donna che non fu mai doma

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Via Nori de’ Nobili, nel comune di Ripe in provincia di Ancona, ricorda una pittrice del Novecento, ai più sconosciuta.

 

Anche io, che mi occupo di storia dell’arte da più di trent’anni, l’ho scoperta casualmente durante il lavoro di ricerca delle vie femminili, al quale dedico tempo e passione da oltre un anno, da quando Toponomastica femminile ha cominciato ad esistere.
Nel paese anconetano esiste il “Museo Nori de’ Nobili: centro studi sulla donna nell’arte” che raccoglie le opere dell’artista; nell’annesso archivio sono depositati i disegni e tutto il materiale che la riguarda: l’obiettivo è quello di non disperdere il suo lavoro e la sua memoria, come spesso è accaduto alle donne.
L’arte di Noli de’ Nobili è emersa dal buio dell’oblio in tempi recenti. Nel 2005 una mostra al Parlamento Europeo, quindi la sistemazione del Museo-archivio Ripe, un video e uno spettacolo dal titolo “Donna che non fu mai doma” nel marzo di quest’anno.
La vita di Eleonora – per tutti Nori – è drammatica e tormentata.
Nasce nel 1902 a Pesaro, la prima di quattro figli, in una famiglia tradizionale: il padre, ufficiale di cavalleria, è spesso lontano dalla famiglia; la madre, di origini aristocratiche, segue l’educazione dei figli.
D’estate Nori trascorre giornate serene e indimenticabili a Brugnetto, una frazione di Ripe, in una elegante dimora chiamata la villa delle “Cento finestre”. È una bambina serena, legata alla mamma e ai fratelli; fa studi classici ma dimostra interesse per il disegno e la musica. Crescendo comincia a desiderare di frequentare l’università, ma il padre si oppone: considera una stravaganza inconcepibile che una giovane donna di buona famiglia possa proseguire gli studi, appannaggio esclusivo della formazione maschile.
Prima a Roma e poi a Firenze, dove con la famiglia si trasferisce nel 1924, Nori comincia a studiare pittura frequentando lo studio di Ludovico Tommasi, tra gli ultimi seguaci dei Macchiaioli. Per lei è un’occasione importante, la prima vera opportunità di dedicarsi all’arte, di confrontarsi con il clima culturale del tempo. Comincia ad entrare in contatto con i circoli artistici legati al gruppo del Novecento, che stimolano il suo linguaggio espressivo. La sua è una ricerca intensa, totale, a cui si dedica con passione e frenesia lavorativa.
Scorrendo le note biografiche della sua esistenza, comincia ad emergere la fisionomia di una giovane donna acuta e intensa, sensibile e fragile.
Nori si apre alla vita, ma alcune delusioni d’amore la feriscono; la famiglia la ostacola, cominciano ad acuirsi i dissapori con la madre e con la sorella minore, alle quali però rimane affettivamente legata. La sua giovinezza si copre di ombre sempre più scure. Le sue fragilità emergono anche in un rapporto contrastato (definito “delirio passionale”) con un critico d’arte fiorentino, Aniceto Del Massa, che pure l’aiuta a partecipare, nel 1930, alla IV Mostra Regionale Toscana.
Tre anni dopo, la morte prematura dell’amato fratello Alberto determina il suo crollo psichico. La famiglia decide che Nori deve essere allontanata e la fa rinchiudere in una clinica a Modena, un vero e proprio manicomio.
È il 1935, Nori ha 33 anni e per altri trentatre anni vivrà segregata dal mondo. La libererà solo la morte.
Nel manicomio Nori riceve le visite della famiglia, ma dopo poco decide di eliminare anche quell’ultimo legame con l’esterno: prima rifiuta di incontrare la sorella minore, poi la madre, per ultimo il padre. Da tempo sente che quella non è più la sua famiglia: le hanno impedito di studiare, hanno ostacolato la sua vita, l’hanno rinchiusa e cancellata dal mondo.
Nel corso dei suoi anni da segregata, Nori si affida alla poesia e alla pittura.
I versi, scritti anche in inglese e in francese, sono un diario interiore continuo (“un’autobiografia in versi”), un filo per la sopravvivenza. Non sono datati, non hanno alcuna indicazione cronologica: l’isolamento e la solitudine della reclusione in manicomio determinano una condizione di immutabilità.
La pittura accompagna i testi poetici ed è una produzione immensa: più di mille opere realizzate in ogni modo e su ogni superficie disponibile: tela, carta, il coperchio di una scatola, la copertina di un taccuino.
Molti sono gli autoritratti: il viso ovale, lo sguardo fisso, intorno alcuni elementi che si ripetono, ventagli, maschere che nascondono volti, gatti.
Anche la sua pittura si ripete. Nelle ricerche artistiche giovanili si era avvicinata alla pittura silenziosa, ferma e sognante del gruppo del Novecento; ora il suo linguaggio acquista toni espressionistici, nei volti e negli occhi dipinti si interpretano domande angosciose, toni sgomenti. L’immobilità delle scene richiama l’immobilità del tempo e dello spazio della sua segregazione; quelle figure l’unica possibilità di evadere e di tornare al mondo, il suo mondo.
Dopo la morte di Nori, avvenuta il 2 giugno 1968, la sorella Bice cercherà in ogni modo di ricostruire il suo percorso artistico, cercando con le mostre, gli incontri con critici, la divulgazione della produzione lirica il modo di non spegnere il ricordo.
Dopo una vita segregata, Nori de Nobili torna a vivere nelle sale del Museo di Ripe a lei dedicato, dimostrando che la sua ipersensibilità, la sua ricerca cromatica, il suo linguaggio stilistico non sono il frutto della “follia”.

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Profilo Autore

Barbara belotti

Barbara Belotti ex insegnante di storia dell'arte in un liceo di Roma. Ha partecipato alla stesura di Roma. Percorsi di genere voll. 1-2 (Iacobelli, 2011 e 2013) e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate. È fra le socie fondatrici dell'associazione Toponomastica femminile. Ha collaborato al volume Le Mille e fa parte della commissione toponomastica del comune di Roma.

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