L’insulto sessista

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L’insulto sessista è tanto più grave perché alla sua violenza non c’è possibile risposta.


di Antonella Lo Consolo Vice Presidente CdZ – zona 9 . Milan
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“Sei una troia” è un’espressione che mi farebbe sussultare persino qualora la sentissi in una bettola di infima categoria. In un’aula istituzionale, sia pure a Consiglio terminato, e da parte di un capogruppo all’indirizzo di una consigliera, mi indigna profondamente.

Ogni giorno di più mi rendo conto che l’insulto sessista sta diventando “normale“, di quella normalità che Hannah Arendt avrebbe definito “La banalità del male”.

Cosa è un insulto sessista e perché è differente da un insulto qualsiasi e molto più grave? “Troia”, “puttana” e sinonimi non si declinano al maschile, evidentemente.

Un insulto di pari portata, rivolto ad un uomo, potrebbe essere solo “figlio di puttana”, “figlio di troia”, ma è ben chiaro ad ogni donna che un’offesa del genere, prima e più del destinatario, colpisce un’altra donna.

Ho letto un articolo di Nadia Somma, su Il fatto quotidiano, che ritengo illuminante in merito:

Scortum – scrive – era la parola che definiva le prostitute nell’antica Roma, si trattava di un vocabolo appartenente alla declinazione del neutro, perché in latino si declinavano al neutro gli oggetti o le piante ad esempio, ovvero cose inanimate o elementi della natura, prive di soggettività. Ancora oggi insultare una donna dandole della puttana o della troia significa sottrarle soggettività, cercare di annichilirla a una mera funzione sessuale: quell’insulto in sé non costituisce solo un atto di violenza verbale, ma implica una sottintesa minaccia (che ogni donna avverte) dell’esposizione a potenziali violenze. E infatti è quasi sempre quell’insulto che viene rivolto alle donne che subiscono violenza, durante lo stupro (o le percosse nella violenza domestica) e anche dopo lo stupro. E’ quello che si dice di una donna che viene stuprata quando si prendono le parti degli stupratori, cosa che da noi avviene spesso. “Se l’è andata a cercare?”. Perché se “sei puttana. Sei terra di nessuno e non appartieni nemmeno a te stessa.” La morale è sempre quella.”

L’insulto sessista è quindi tanto più grave perché alla sua violenza non c’è possibile risposta. Gli uomini sulla loro pelle provano qualcosa di simile solo se sono omosessuali, e perciò oggetto di insulto omofobo, o neri, e quindi possibile bersaglio di insulti razzisti.

In quest’anno e mezzo in Consiglio di zona 9 ne ho sentite di ogni: ironie sull’avvenenza o meno, sull’abbigliamento, sulla voce e su qualunque altra caratteristica fisica, utilizzate per intimidire, per ridicolizzare, per offendere le consigliere, e di fatto limitarne l’espressione, mi hanno veramente nauseato. Un mio allontanamento dall’aula per un malessere ha provocato urla del tipo: “Se ne ha bisogno si metta il pannolone”, pronunciate a voce così alta da giungermi persino nel bagno.

Evidentemente uomini piccini non sanno confrontarsi sul terreno dei contenuti, preferiscono altre scorciatoie.

E se non accetti che il dibattito politico preveda l’appellativo di troia non sei per la parità, e questa me la sono dovuta sentire anche da alcuni maschietti del mio schieramento (ma NON del mio partito, eh!).

Ma le streghe, quando tornano?

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14 commenti

  1. Paolo1984 on

    un semiequivalente maschile di “troia” potrebbe essere “porco”, comunque premesso che ogni termine anche il più offensivo può cambiare di senso a seconda del contesto e delle intenzioni di chi lo usa, l’utilizzo di parole come “troia” e simili all’interno di un dibattito politico a maggior ragione se usati da un uomo contro un avversario politico donna non è ammissibile

  2. Caterina Della Torre

    Caro Paolo, porco non ha lo stesso valore offensivo di troia. Cmq anche se il termine cambiasse a seconda del contesto, viene usato frequentemente da un uomo rivolto ad una donna quando la si vuole insultare facendo riferimento ad abiti sessuali. Chiaramente in un contesto politico è assai più grave. Soprattutto se, non avendo argomenti per ribattere, ci si accaniasce con il termine suddetto per mettere a tacere l’interlocutore. Questa è la politica italiana. Grillo docet.

  3. No, non ha senso disquisire più di tanto sulla differenza tra i vocaboli. Ciò che mi stupisce di più è sapere che viene utilizzato nell’ambito di un Consiglio di Zona. E’ vero che certe immagini ci mostrano un Parlamento molto lontano dall’aplomb istituzionle, ma ritengo che si debbano dettare regole di comportamento corretto. Fuori chi non ci stà. Ad Antonella non posso che inviare la mia solidarietà per aver sostenuto, e tenuto la posizione, in un ambiente così stupidamente volgare.

  4. Proprio ieri ho visto il film/testimaìonianza su Margaret Thatcher detta anche “La lady di ferro”. Al di là ovviamnete dello schieramento politico, perfino lei ha dovuto modificare il tono di voce e il modo di dire le cose per poter essere minimamente presa sul serio dai suoi stessi colleghi di partito. Si sa nei paesi nordici sono un pò più avanti di noi, ma alla fine il succo è lo stesso. Credo che le prime a farsi un esame di coscienza siano le donne stesse che, proprio perchè viviamo in una società al maschile, non riescono nemmeno a far squadra fra di loro! E’ vergognoso che in un ambito pubblico e di rappresentanza come un Consiglio di Zona le persone si permettano di rivolgersi ad altre senza rispetto. Ma la nostra polita è priva anche di vergogna e morale. Signora Antonella dovrà combattere ancora molto e faccia sempre ciò che ritiene giusto e a testa alta: probabilmente sono abituati a chiamare così anche le proprie mogli e figlie, e non si meritano nemmeno una briciola di attenzione!

  5. Rosa, hai perfettamente ragione: ci mancava pure la stupidaggine dell’insulto sessista. Tanto più che in parlamento stesso, così come al di fuori di esso, spesso son proprio le donne ad insultarsi a vicenda così.
    In realtà le persone volgari e stupide sono uniformemente distribuite in entrambi i sessi.
    Piuttosto che sprecare tempo a disquisire sulla qualità degli insulti, ci si dovrebbe preoccupare di mandar via dai centri di potere (cominciando col votare secondo coscienza), tutti coloro che li infangano (spesso per motivi ben più gravi) a prescindere dal sesso.
    Un concetto valido in parlamento, così come altrove.
    Ricordo a tutti, che un certo tipo di molto bassa statura (bassa in ogni senso), ha riempito un luogo così importante per il paese, di donne di altrettanto bassa statura, per ‘meriti’ che ben si associano a certi aggettivi.
    In Italia, uomini e donne validi e meritevoli esistono: sono quelle persone che vorrei riempissero ogni posto chiave in questo paese… Non come accade adesso, purtoppo. Saluti

  6. Esistono insulti validi solo al maschile.
    – caprone
    – porco
    – puttaniere
    – pervertito
    – mafioso

    troia in ambito politico non è usato per insinuare il sesso ma per indicare una persona priva di morale.

  7. Pervertita, mafiosa, porca, capra… Seppur meno usati, valgono perfettamente anche al femminile! Oltretutto, i soggetti che meritano tali insulti, sono comunemente ben distribuiti in entrambi i sessi.
    Effettivamente, il termine troia, il più delle volte non è usato per indicare i facili costumi della ricevente l’insulto, ma al solo scopo di denigrare la persona. Anche figlio di troia, detto ad un uomo, non mira ad offendere veramente la madre, ma è un modo per dare del bastardo all’insultato.
    In realtà, in genere, più che il significato dell’insulto in sé, quello che spicca è la volontà di colpire verbalmente un’altra persona: attività, molto praticata da entrambi i sessi, ovunque… Purtroppo.

    Tutto questo conferma, ancora una volta, come sia stupido parlare di insulti sessisti, piuttosto che preoccuparsi di come estromettere certi individui (di entrambi i sessi) dai centri di potere.

  8. ad ogni modo mettere sotto accusa una singola parola pr se offensiva non serve, cona il contesto in cui viene detta e le intenzioni di chi la dice

  9. Vero Paolo, infatti è quello che ho scritto anch’io poco sopra. Basti pensare che, “figlio di puttana” viene, a volte, persino usato come complimento!
    Addirittura, nell’articolo de ‘Il Fatto Quodidiano’ citato, si legge: “…quell’insulto in sé non costituisce solo un atto di violenza verbale, ma implica una sottintesa minaccia…”.
    Un insulto è un insulto e uno che ci vede a tutti costi, un’implicita minaccia di violenza sessuale, ovviamente ha qualche problema… Anzi, a volte il termine troia, è detto con tale schifo e disprezzo, che uno stupro è proprio l’ultima cosa a cui penserebbe il soggetto che lo pronuncia!
    Come se non bastasse, appresso si legge: “E infatti è quasi sempre quell’insulto che viene rivolto alle donne che subiscono violenza, durante lo stupro (o le percosse nella violenza domestica) e anche dopo lo stupro.”
    Un sillogismo becero e tendenzioso: chi usa il termine troia sarà pure un gran cafone, ma dall’essere cafoni al minacciare stupro, il passaggio non è automatico.
    Non commento il fatto che la signora Lo Consolo, abbia definito un simile, inutile articolo, “illuminante”.
    Piuttosto vorrei sapere: quando a dare della troia ad una donna, è un’altra donna (come spesso accade), di quale minaccia si tratta?! E che genere d’insulto è, “autosessista”?!

    • Andrea, il problema è che tu siccome non sei sessista, suppongo, non riesci a vedere la radice sessista dell’insulto e quindi parti da un ottica del tutto diversa. Molti sessisti e antifemministi considerano una donna che è stata con molti uomini “usata”, come se la penetrazione fosse per loro un atto degradante o una sottomissione. Per gli uomini non esiste quasi, per loro c’è il Casanova o il Don Giovanni, per le donne no. Esiste la femme fatale, ma non ha l’accento sul numero di partner, allude più alla capacità di sedurre.
      Anche nel termine “facile” o facili costumi è sottinteso che la donna dovrebbe resistere alla tentazione di fare sesso. Si tratta di un sistema chiave-serratura, che viene addirittura considerato naturale. La donna in pratica vale se si concede all’uomo di “alta qualità”, chi scrive (queste affermazioni) pensa di essere sè stesso, ovviamente, il buon partito, l’uomo che lavora, il buon padre.
      L’uomo può quando vuole stufarsi senza che questo intacchi il curriculum, anzi.
      E non stiamo parlando di tradimento o del fare sesso interessato.
      Quando dici che sono anche delle donne, hai dei begli standard e ne vuoi, magia, se ti aspetti che le donne non siano soggette anche loro e talvolta agenti, della cultura patriarcale.

  10. Supponi male, io non ho idee sessiste e, per tale ragione, non posso che essere antifemminista ed antimaschilista.
    Certo, in teoria una femminista è una che lotta per tutelare i diritti delle donne, in pratica invece, nel 99% dei casi, si tratta di una misandrica, affetta da vittimismo cronico e convinta che a lei, in quanto donna, ogni cosa debba essere consentita e giustificata.
    Il tuo commento, oltretutto non esattamente in tema con l’articolo, ne è una dimostrazione: se un uomo sbaglia nei confronti di una donna, è uno stronzo ed è colpa sua, mentre se è una donna a sbagliare, è colpa della cultura patriarcale… Quindi sempre di un uomo!
    Come la giri la giri, c’è quasi sempre una scusa o un’attenuante, per qualsiasi comportamento femminile, anche il peggiore.
    Vuoi un altro esempio?! Supponiamo che io vada a cena con la mia compagna in un ristorante e che a metà cena io le dia uno schiaffone: tutti mi guarderanno malissimo, magari qualche uomo si alzerà per venirmi a dire (o dare) qualcosa; nella migliore delle ipotesi sarei oggetto, giustamente, del biasimo generale.
    Ora riavvolgi il nastro e facciamo che lo schiaffone invece lo dà lei a me… Risultato: ‘chissà questo porco cosa le avrà fatto’… Perché ‘poverina, se lei gli ha dato uno schiaffo avrà avuto le sue ragioni’.
    Già, perché tu una donna non la puoi toccare (giustamente), ma lei invece può insultarti o prenderti a schiaffi o a calci negli stinchi se, a suo insindacabile giudizio, si è sentita offesa.
    Vedi, la maggior parte degli uomini, grazie a Dio, si guarda bene dall’alzare un dito a una donna, (forse proprio grazie a quella cultura patriarcale dove le donne non si toccano manco con un fiore), ma la maggior parte delle donne invece non si fa altrettanti scrupoli.
    Al contrario, difficilmente una donna dà uno schiaffo ad un’altra donna e non perché tra donne regni il fair play, tutt’altro; ma perché se una donna dà uno schiaffo ad un’altra donna, finisce a calci, schiaffi e tirate di capelli, mentre se lo dà ad un uomo, la probabilità che lui se lo tenga senza reagire è altissima e, d’altro canto, in caso di reazione, si può sempre andare a piangere in questura e denunciarlo per violenza. Meccanismo ampiamente e costantemente collaudato.
    Se però uno non reagisse e volesse, come è suo diritto, denunciare un donna per aggressione, gli ridono in faccia.
    Che strano, in questi casi, nessuna si lamenta per la disparità di trattamento o per la discriminazione.

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