La rete dei sogni – V puntata

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di Margherita Privitera

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– Come è andata oggi?- la flebile voce della sorella pareva un sussurro, -molto bene, davvero- rispose Irvin accarezzando quel viso amato.
Da quando erano diventati orfani dopo il tragico naufragio della nave in cui i loro genitori stavano viaggiando per far ritorno dall’Inghilterra, erano rimasti soli al mondo.
Nessuno si era prodigato o semplicemente interessato a loro due, che tra l’altro non vantavano nemmeno origini autoctone, per cui si erano rimboccati le maniche facendo lavoretti precari, finché Irvin non aveva preso la via della pesca e lei era stata assunta come cameriera alla locanda.
Solo dopo la sorella si era accorta di essere affetta da leucemia e da allora lottava con tutte le sue forze contro la malattia che lentamente la stava divorando.
Entrambi sapevano che ormai non c’era più nulla da fare, tuttavia decisero di vivere gli ultimi anni di vita di Aislinn senza far accenno a quella situazione disperata, vivevano alla giornata, di ciò che gli regalava la pesca, la natura e il mare.
La donna si mise a sedere sul letto, la sua pelle d’avorio aveva lo stesso colore pallido delle lenzuola, le braccia e le gambe erano magre e senza forza, i suoi occhi celeste erano sicuri e alteri, ma al tempo stesso segnati da cerchi scuri, tuttavia riusciva ancora ad emanare una genuina e femminile bellezza.
– Non dovresti avventurarti in mare durante la tempesta…- rispose in tono schietto lei.
Lui si morse le labbra, aveva ragione, probabilmente se fosse rimasto a casa quella mattina non avrebbe mai incontrato quella che era divenuta la sua più grande ossessione, pensò.
– E’ vero, ma sai che è mio dovere farlo, adesso vado, chiamami se hai bisogno di qualcosa- rispose lui uscendo da quella lugubre stanza fingendo di non sentire l’insopportabile tanfo di farmaci e morte che emanava.

Le onde gelide investivano ogni cosa sul proprio cammino, il cielo squarciato da saette tuonava furioso, accompagnato da dense e scure nubi cariche d’acqua.
La pioggia batteva imperterrita sul peschereccio in balia degli eventi atmosferici.
Irvin si stringeva contro il bordo della barca per non cadere in quelle acque assetate di povere anime.
Stare in piedi divenne un ardua impresa, il peschereccio oscillava secondo il volere delle onde, che violentemente lo dibattevano qua e la senza sosta.
Scivolò più volte sul pavimento inzuppato d’acqua, tuttavia cercò sempre di rimettersi in piedi per raggiungere la cabina di comando.
Una volta arrivato all’interno di questa, notò con sconforto che tutti i macchinari erano fuori funzione, perfino il timone non rispondeva più a quelle semplici manovre che cercò di attuare.
Presto il mare avrebbe inghiottito il peschereccio e con lui pure Irvin, afferrò il giubbotto di salvataggio cercando di allacciarlo alla bene e meglio, ma sapeva che quell’ausilio non sarebbe bastato a salvarlo dalla furia delle acque.
Uscì sul ponte ormai del tutto allagato, la barca era del tutto inclinata verso il fondale oscuro che pronto ad inghiottirla completamente dava l’impressione d’essere una grande fauce vorace.

Irvin inorridì solo al pensiero di sfiorare quelle profonde acque oscure, l’ignoto che si celava sotto l’oceano lo aveva intimorito da sempre, nonostante il mare fosse la sua vita.
Tuttavia si rese conto di non aver altra scelta, non voleva fare la fine di quei capitani annegati dentro le loro stesse navi.
Prese la rincorsa e chiudendo gli occhi dinnanzi a quel sinistro scenario, si gettò tra le onde della tempesta.
L’oceano sembrò accoglierlo tra le sue braccia infinite, si sentì inaspettatamente più leggero e un velo di serenità mai vissuta si impadronì del suo spirito tormentato.
Tra le sfumature del celeste e del turchese, mille bolle formarono una nuvola schiumosa dinnanzi al suo volto, proibendogli così di vedere oltre.
Quando riuscì a focalizzare meglio l’ambiente circostante, vide il suo peschereccio affondare sotto i suoi piedi verso il fondo inesplorato dell’oceano, il deserto cimitero di tutte le navi.
Seguì la barca con lo sguardo, sotto di lui si stagliava un buio così cupo e macabro che lo spiazzò del tutto.
Perse ogni lucidità alla vista di quello strapiombo tetro e aguzzo, ad un tratto avvertì la presenza di qualcosa che lo stava raggiungendo proprio da quel misterioso luogo.
Sentiva la sua presenza, così veloce e scattante, così immensa e superiore ad ogni forma di vita esistente.
Il terrore prese il sopravvento su di lui che immediatamente cercò di risalire in superfice, sperando di poter trovare aiuto o semplicemente un appoggio.
Nel momento in cui risalì in superfice con fervide bracciate, la udì di nuovo.
Si fermò di colpo, stregato da quella voce sottile e flessibile capace di attraversare gli oceani di tutta la terra.
Ogni rumore gli giungeva lontano e ovattato, ma quel suono era chiaro.
Un canto leggiadro e mellifluo sconosciuto ad orecchi umani sembrò stringerlo a sé, chiuse gli occhi cullato da quel vocalizzo armonioso, improvvisamente perfino respirare non servì più.
Sentì afferrare dolcemente le sue mani, la voce le era dinnanzi, poteva udirla chiaramente, ma non riusciva a decifrare alcuna parola o frase sensata.
Tutto ciò che sapeva era voler udirla, sempre più vicina, sempre più limpida, la voleva sempre di più.
Aprì gli occhi, voleva vedere ad ogni costo da dove provenisse quella melodia che sembrava accompagnarlo in alti luoghi celestiali.
Trasalì, quando incrociò due occhi d’ametista vivido.

<<continua>>

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Dols

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