Bianca – seconda parte

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di Irene Pecikar

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«Marito mio, mio Signore» e mi avvicino a lui facendo un inchino di saluto. Mi guarda di sfuggita e fissando fuori dalla finestra la vegetazione aggrappata alla roccia a strapiombo sul mare, mi fa cenno di sedermi dinanzi a lui.
«Voi siete una dama, Esterina da Portole, che molti mi invidiano. Io avevo bisogno della vostra dote per far carriera. Vostro padre è stato lungimirante. Io ora sono il maestro d’armi di Federico II e voi la castellana di questa dimora arroccata sulla roccia carsica, la Signora del feudo… Voi sapete che io sono molto impegnato e questo luogo mi va stretto». Il tono della sua voce è pacato, si gira e i suoi occhi sono persi nel vuoto. Fa una lunga pausa e solo allora, pone lo sguardo su di me. Scatta in piedi e con gli occhi iniettati di sangue mi rivolge parole indecorose. Mi si sento gelare, non comprendo quale sia la mia colpa. Ma la gelosia gli rode l’anima.
«Io sono Federico da Ritisperga, un uomo importante, e voi osate mettermi in ridicolo! Da oggi non potrete più lasciare il castello. Sarete segregata tra queste mura di pietra e i soldati di guardia al ponte levatoio hanno già l’ordine di non farvi passare».
Non oso chiedere il motivo, né contraddirlo in alcun modo: peggiorerei la sua collera.
«Bene, come desiderate, Signoria, posso congedarmi, ora?»
«No, perché non ho terminato. Ho disposto che la vostra camera sia spostata lontano dalla mia, vicino ai torrioni. Sarà la mia cameriera a occupare quella accanto alla mia, d’ora in poi».
Stringo i pugni e cerco di placare le lacrime, voglio lasciare al più presto questo salone.
«Posso andare, mio Signore?».
Lui mi fa cenno con la mano di ritirarmi. Quando sono certa che lui non mi vede, inizio a correre verso la mia stanza. Apro la porta e dentro trovo una donna. Rimango sulla soglia di quello che fino a poco prima era il mio rifugio e, con le lacrime agli occhi, l’osservo. Due strette fessure sprezzanti mi colpiscono subito. È alta, generosa nelle forme e lunghi capelli neri le incorniciano un viso severo. Noto i suoi abiti e comprendo che quella non è affatto una cameriera: sembra lei la castellana! Trovo la forza di allontanarmi e corro su per le scale che portano ai torrioni. Apro la porta socchiusa di quella tetra stanza dove ci sono già i miei oggetti personali. Entro, e avvertendo la presenza di qualcun altro, mi giro. Maria è sulla soglia.
«Mia Signora, mi dispiace, ho solo eseguito gli ordini del padrone».
«Non scusarti, lo so…».
Mi getto su quel letto e piango. Per il resto della giornata non lascio la stanza. Quando si fa sera Maria ritorna e mi consegna ansiosa una lettera.
“Ho motivo di ritenere che siate in pericolo. Mio cugino sta facendo girar voce che la sua amata sposa per il dispiacere di non riuscire a donargli un erede è prossima alla pazzia. Poppone, patriarca di Aquileia, e parente caro a mia madre, ci aiuterebbe senza esitazioni, lui è molto influente ed è molto ben visto da Federico II. Ho disposto un piano per la vostra fuga. La vostra fida Maria vi aiuterà. Bruciate nel cammino questo missiva. Per sempre vostro, Guglielmo”
Getto la carta tra le fiamme del camino e la vedo ardere.
«Mia Signora, io prenderò sonno nel vostro letto: se vostro marito vi farà controllare, si convincerà che state riposando. Salite sui torrioni, lì troverete… chi sapete. Ora andate…».
«Grazie, Maria, non c’è persona più devota. Che l’Altissimo abbia cura di te!» e, indossato un abito pesante e il mantello, raggiungo i torrioni.

«Sei qui, sei arrivata!» mi accoglie Guglielmo premuroso.
«Sì, il mio destino è ora nelle tue mani. Mi fido di te…». Lui mi abbraccia e io arrossisco, ma il buio della notte cela il mio imbarazzo.
«Ci caleremo giù da questa parete. C’è bassa marea in questo momento e… non ti preoccupare, è più facile di come credi…».
«Con mio fratello, pace all’anima sua, scappavamo dalla nostra balia quando ci metteva in punizione e anche se non era consono a una signorina, be’, io…».
«Non sentirti in imbarazzo, conosco e amo questo tuo aspetto: ti ho vista nuotare e cavalcare come un uomo», spontaneo e inaspettato, un suo bacio mi si posa sulla labbra.
La luna piena illumina la nostra impresa. Sento scivolare più volte la corda e stringo forte la presa. Sono tesa, se cadessi… Guglielmo mi tranquillizza, continua a parlare dandomi alcune indicazioni e raggiungiamo una roccia a livello del mare. Vi è legata una barchetta su cui saliamo. Guglielmo inizia a remare. Ho il fiato corto e mi sento più viva che mai. Stiamo andando verso un’insenatura dove, mi spiega lui, troveremo due cavalli per proseguire via terra.
Rabbrividisco, forse per la brezza che si alza dal mare, o forse per il timore di essere scoperti: sarebbe la nostra condanna a morte. Mi stringo nel mantello.
«Andrà tutto bene» mi rassicura Guglielmo. «Siamo quasi arrivati, poi non ci resterà che cavalcare. Vedi, anche la luna è dalla nostra parte» tenta di allentare la tensione. Vago tra i ricordi d’infanzia. Lo sciabordio mi porta al presente. Sono qui e sto per lasciare questo luogo per sempre. Voglio crederci, voglio che la mia vita torni a essere vissuta.
All’improvviso un urlo agghiacciante rompe il silenzio della notte. Ci voltiamo di scatto cercando di comprendere. È un attimo.
«Cos’è?» chiedo terrorizzata.
«Non lo so, ma proviene da là» dice Guglielmo indicando col remo in direzione della rocca del castello.
Segue un tonfo sordo vicino a noi. Ci guardiamo negli occhi, sgomenti.

<<continua>>

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