Mia – settima parte

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di Simone Togneri

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La telefonata arriva di pomeriggio. Mia è sola in casa, sua madre è uscita per comprarsi da bere. Quella telefonata. La seconda dopo anni di silenzio. Quella telefonata che, come le prima, non sarebbe mai dovuta arrivare. Mia non risponde mai al telefono, ché tanto non è mai per lei. Lascia che sia sua madre a rispondere con la voce impastata dall’alcol. Di solito è la nonna, che le chiede come sta. Telefonare è l’unica cosa che si concede. E comunque, di Mia non chiede mai. E’ come se non esistesse. Mia non ricorda quando è venuta a trovarle l’ultima volta. Forse era ancora vivo il nonno. Se non è la nonna che chiama, è qualche amica della mamma, le poche rimaste. Le amiche della mamma sono noiose, perché la usano solo per sfogarsi, perché ci sono dei momenti in cui lei non riesce nemmeno a parlare e allora loro se ne approfittano e le riversano addosso tutti i problemi. Così dopo si sentono meglio e possono tornare alle loro faccende. La madre di Mia assorbe tutto come una spugna, e come una spugna si attacca alla bottiglia per alleviare sia i suoi, sia i problemi delle sue amiche.

Mia pensa che al telefono sia una di queste due possibilità e non vorrebbe rispondere. Poi pensa che potrebbe anche essere sua madre, che ha bisogno di aiuto. O magari qualcuno che chiama per lei. Non sarebbe la prima volta. Due mesi prima Mia era dovuta andare a riprendersi la madre al pronto soccorso. Era inciampata nello scalino del marciapiede ed era finita lunga distesa tra i piedi della gente che faceva acquisti. Così alza la cornetta. “Pronto?” La voce dall’altra parte è rugosa come Mia la ricorda. Ruvida come le mani che avevano cominciato a toccarla fin da piccola. Mia si lascia cadere sulla poltroncina accanto al telefono e si rannicchia come faceva da bambina quando aveva paura. Ascolta la voce, che si confonde tra lusinghe e scuse. “Hai la voce di una donna, ormai. Somiglia sempre di più a quella di tua madre.” E Mia, che addosso non sente altro che quelle mani ruvide, da muratore, che di notte troppe volte si erano infilate sotto le lenzuola per toccarla dove nemmeno lei osava farlo, ascolta in silenzio. Pensa al suo coltello, che vedrebbe volentieri conficcato nel petto di quell’uomo, nel cuore pulsante che ha dato origine allo stesso sangue che Mia sente scorrere dentro di sé. Stesso per metà, una metà cattiva, guasta, che lei cerca di far uscire, di filtrare, di purificare come in un’eterna dialisi. Ma forse non c’è una metà cattiva, e nemmeno una metà buona a farle da contrappunto. Forse il sangue è marcio del tutto, quindi non esiste cura. Pensa, Mia, che anche se il sangue uscisse tutto non cambierebbe nulla, non diventerebbe una persona migliore. Non diventerebbe niente di niente.

Come era successo la priva volta che aveva telefonato suo padre, Mia sente il bisogno urgente di tagliarsi. Lui le chiede di non raccontare alla mamma della telefonata e lei vuole tagliarsi. Lei risponde che tanto alla mamma non importa niente, e deve tagliarsi. Povera donna, sua madre. I suoi sogni erano leggeri. A lei bastava una casetta e una famiglia da amare. Non importava che lavoro avesse fatto lui. Non importava che fosse arrivato un figlio o una figlia. Lei voleva dare e ricevere amore. E così era stato fino a quando aveva sorpreso il marito in camera della figlia, con una mano sotto le lenzuola e l’altra nei pantaloni. Era crollato tutto. Era andata via da quella casa portandosi dietro Mia, aveva denunciato l’uomo e aveva scoperto che Mia non era la prima bambina che molestava. L’uomo era finito in galera, la donna aveva ottenuto il divorzio e l’affidamento della bambina. Poi, finito tutto, aveva cominciato a bere. Prima solo fuori, magari con un’amica o due. Poi aveva fatto entrare la bottiglia in casa e non l’aveva fatta uscire più.

<<continua>>

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