I cinque passi II

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di  Cristiana Iannotta

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Seconda puntata

I nostri battibecchi mi creavano sempre più ansia perché sapevo che aveva ragione, ma non riuscivo a liberarmi dalla necessità che provavo nel negarmi ogni spiraglio di cambiamento. Avevo paura e vivevo in un circolo vizioso: più cercavano di aiutarmi e più mi difendevo alzando muri intorno e dentro di me.
“Michela”, mi disse un giorno con un tono di voce che non faceva presagire niente di buono, “l’opportunità che ti è stata data è importante. Se non vuoi cogliere il cambiamento che potrebbe portarti allora qui non c’è più posto per te! Se domani non ti vedrò a lezione capirò, ma se ci sarai ti prometto che non ti pentirai di avermi dato ascolto.”
Aveva pronunciato quest’ultima frase più lentamente, accarezzando le parole e non so, l’impressione era che stesse accarezzando anche me.
Poi, uscì dalla stanza lasciando una scia di profumo agrumato.
Ovviamente, il giorno dopo mi presentai.
Lui non mi disse nulla per tutta la lezione e solo al termine della sua ora mi chiese di rimanere altri cinque minuti.
“Sono contenta tu sia tornata oggi. So che non ti fidi del prossimo, ma se tu me lo permetterai vorrei aiutarti a recuperare il tempo perso…”
“E come? Facendomi rinascere?”
Saltò sul mio tono sarcastico come se avesse avuto davanti solo un piccolo ostacolo da superare e con un semplice gesto mi afferrò entrambe la mani dicendo:
“Non ho questo potere, ma solo il desiderio di prenderti per mano e averti sempre accanto a me.”

Non sapevo cosa dire, non ero più una bambina ma ero emozionata come non mi ero mai sentita. Il mio corpo avvampava mentre il cuore sembrava volesse uscirmi dal petto. Ho sorriso e non ho tolto le mie mani dalle sue. E ancora oggi, sono lì, al sicuro.
Luca insegna ancora la mattina e soltanto un paio di volte la settimana è impegnato con i corsi pomeridiani. È una persona dolcissima, attenta alle mie esigenze, premurosa. Un angelo. Un gran parlatore tanto che la sua assenza si nota durante le ore in cui non è in casa. Solo su di un argomento ha sempre avuto poche parole, non gli piace discuterne e mi sembra che abbia le idee chiare: non vuole figli. Credo abbia paura delle responsabilità, e non posso dargli torto. La serata fu un successo: l’appagamento del palato propedeutico per quello fisico, facemmo l’amore con un trasporto eccezionale. Le sue mani affettuose non hanno segreti per il mio corpo, so riconoscerne l’asprezza del palmo, la lunghezza di ogni singolo dito e mi piace la dolcezza delle sue carezze.
Il giorno seguente stessa storia e identiche sensazioni: capogiro e nausea.
Ricordo di aver pensato che forse Marisa non aveva avuto torto il giorno prima. Avevo il cuore in gola e avrei desiderato vestirmi più velocemente, ma non ne ero capace allora, proprio come ora, e feci tutto come sempre. Una volta uscita di casa superai l’ingresso del mio ufficio per andare direttamente in farmacia, due portoni più avanti. Più tardi, nella redazione del giornale, chiesi a Marisa di accompagnarmi in bagno perché non sarei mai stata in grado di farcela da sola. Mi aiutò a leggere il risultato e il responso dello stick risultò essere inconfondibile: INCINTA!

<<continua>>

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