In Argentina succede anche questo

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di Francesca Capelli

Che uno scrittore esordiente – non un adolescente da caso editoriale (o umano, a seconda delle interpretazioni), ma già abbondantemente inoltrato nell’età adulta – pubblichi un romanzo (peraltro non ammiccante, né compiacente) con una piccola casa editrice indipendente e venga notato dalla critica latinoamericana e spagnola.

E succede che il libro, dal titolo Opendoor” (pubblicato in Italia da Caravan edizioni. 256 pagine, 14 €) grazie a questo diventi un piccolo cult. E dia il via alla carriera di Iosi Havilio, nato a Buenos Aires nel 1974.
Open Door è un paese campestre alle porte di Buenos Aires che prende il nome da una comunità psichiatrica, fondata lì nel 1908 e ancora funzionante, dove i pazienti vivono senza restrizioni. Qui si ritrova la protagonista, una veterinaria che pratica abusivamente perché non ha mai finito l’università, una giovane donna “senza qualità”, che subisce la vita più che sceglierla.

La sua compagna è scomparsa nel nulla nel quartiere della Boca, a Buenos Aires. Chiamata a Open Door per visitare un cavallo, cerca di placare l’angoscia della solitudine con un uomo molto più vecchio di lei ed è al tempo stesso attratta da una ragazzina che la usa per scoprire la propria sessualità. Successivamente a “Opendoor”, Iosi ha pubblicato “Estocolmo”, storia di un esule cileno degli anni della dittatura di Pinochet. E al momento sta lavorando al terzo romanzo, legato ancora una volta a Oper Door. Lo abbiamo incontrato a Buenos Aires.

La vicenda che narri in “Opendoor” rompe uno stereotipo argentino, perché non ha che vedere con gli anni della dittatura. Eppure anche nel tuo romanzo si parla di una desaparición che dà il via a tutta la vicenda. Non si può pensare a una coincidenza.
Infatti non lo è. Lo stereotipo (i desaparecidos, ma anche calcio e tango) spesso nasconde una verità ed è per questo che cerchiamo di sfuggirgli. Se negassi qualsiasi legame con il mio romanzo mentirei. Lo stesso se dicessi che volevo alludere esplicitamente alla dittatura. Mi interessava di più indagare il tema dal punto di vista affettivo: cosa significa far sparire – e far apparire – qualcuno nella propria vita.

Il libro parla delle relazioni non convenzionali – omo e etero – della protagonista. Ne emerge il quadro di una sessualità triste, vissuta come disperato tentativo di trovare affetto, più che amore.
Forse è proprio questa la realtà, forse il sesso non è allegro, malgrado quello che cercano di farci credere…

Il romanzo è pieno di descrizioni non convenzionali, per esempio la protagonista parla dell’obitorio come di un luogo piacevole, che offre un fresco riparo dell’afa dell’estate porteña.
Il punto è che non mi interessa tanto la descrizione, quanto il tema dello sguardo, di come passa dallo straniamento alla banalizzazione.

Come è nata l’idea di ispirarti a una comunità psichiatrica?
Ero un ragazzino quando con mio padre passai in macchina per Open Door, e lui mi raccontò la storia di quel luogo. E’ l’ospedale psichiatrico più grande del mondo (senza essere un ospedale), nato in un paese che, all’inizio del 20esimo secolo, era molto giovane. Ancora oggi resta un’esperienza unica. E’ una storia che mi ha colpito molto, anche se la scelta di ambientare qui la vicenda non è un voler giocare a “siamo tutti pazzi”. Come per lo stereotipo, non mi interessa narrare la metafora, ma nemmeno negarla. Trovo

 

Francesca Capelli è giornalista, autrice per ragazzi e traduttrice. Nel 2012 ha finalmente realizzato il suo sogno di vivere a Buenos Aires, dove si occupa di letteratura, teatro e cinema. E’ mancina e ne va fiera.

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2 commenti

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